‘Li lasciamo annegare per negare’. A Pozzallo veglia penitenziale per i migranti morti in mare

‘Li lasciamo annegare per negare’. A Pozzallo veglia penitenziale per i migranti morti in mare

L’anfiteatro ‘Pietre Nere’ di Pozzallo gremito, ieri sera, per la veglia penitenziale per non dimenticare i tanti morti in quel Mediterraneo diventato ormai un cimitero, come ha ricordato il vicario generale della diocesi di Noto, don Angelo Giurdanella. Tutti in piedi e con lo sguardo rivolto al mare, con un gesto semplice, la preghiera che la comunità cristiana rivolge a Dio per i fratelli defunti, è stata fatta memoria non dei ‘migranti’, ma di uomini, donne e bambini che hanno un volto e un nome, una storia e dei sogni infranti. Presente alla preghiera il sindaco, Roberto Ammatuna, che insieme alla sua amministrazione ha sostenuto sin da subito questo momento, giunto al secondo anno, promosso dalla Diocesi e dalla Caritas di Noto, da Migrantes, Comunità Missionaria e We Care. ‘Li lasciamo annegare per negare’ il titolo della veglia con un carattere penitenziale, per tutte quelle volte che «abbiamo ucciso con le parole», parole di paura e di odio, di astio «verso chi neanche si conosce». A introdurre la preghiera è stato don Paolo Catinello, direttore di Migrantes per la diocesi di Noto, il quale ha spiegato il senso di questo riunirsi insieme, per ricordare, perché queste persone «non meritano la nostra dimenticanza». «Una memoria – ha aggiunto il sacerdote ricordando i tanti morti in mare, come quei 45 corpi senza vita giunti al porto di Pozzallo il primo luglio 2014 – per fare ciò che Lui, ci chiede di fare: vivere come membri, tutti, dell’unica famiglia umana. Una memoria per ricordare e per fare, promuovendo una cultura dello sguardo contro quella brutta tentazione di deformare la bellezza dell’umanità». È stato poi proiettato un video realizzato da Elvira Occhipinti: il racconto di alcuni migranti scampati agli orrori della Libia. «Quando muore un africano è come se morisse un animale…. Sono rimasto tre giorni senza bere, in Libia: quell’acqua non si poteva bere, era quella del bagno. Poi ho capito che non avevo altra scelta, e l’ho bevuta. Ora non m’importa se qualcuno mi ferma, mi insulta perché sono nero… io so che sono vivo; lì non pensavo che sarei riuscito a continuare a vivere. C’erano momenti in cui la morte sarebbe stata una liberazione, perché la sofferenza era troppo grande», ha raccontato un giovane. E poi la testimonianza di un altro ragazzo: «Abbiamo visto tanti nostri compagni morire in mare. Un bambino ha bevuto acqua ed è morto… E io non potevo fare nulla. Ma ora noi dobbiamo fare, dobbiamo fare quello che loro non hanno potuto fare, loro sono con noi…». Significative le parole delle preghiere: «Abbiamo peccato, Signore, quando abbiamo tollerato anche solo che si parli di porti chiusi, che si parli di disprezzo dell’altro diverso da noi. Quando restiamo indifferenti di fronte a imbarcazioni con uomini, donne e bambini lasciati per giorni e giorni in balia delle onde, di fronte ai campi di detenzione in cui tortura, sopruso, violenza fisica e morale la fanno da padroni… Quando ci adorniamo il collo col prezioso Crocifisso dalle mani forate a favore dei piccoli e dei deboli, e al tempo stesso siamo cristiani dalle mani chiuse… Facci sperimentare una santa vergogna». A seguire delle testimonianze positive, belle, ricche di speranza. Quella di un ventunenne che ha lasciato il Bangladesh, il suo paese, per un futuro migliore. Enormi difficoltà, ma anche un «approdo sicuro», l’accoglienza data da don Paolo Catinello e da una famiglia di Noto, Francesco e Paola. «Oggi – ha detto don Paolo – questo ragazzo lavora e aiuta la Caritas facendo servizio alla bottega solidale. Lui è musulmano, ma mi ha regalato una coroncina del rosario. Non è bellissimo questo?». Irene Cerruto ha parlato dell’esperienza del progetto ‘Presidio’, che a Pachino ‘intercetta’ i lavoratori stagionali, specialmente nord africani, ma adesso anche del Venezuela e del Perù, offrendo un sostegno su più fronti, anche legale e medico. «Ma soprattutto hanno bisogno di avere qualcuno che parla con loro, che gli sta accanto – ha spiegato Irene – perché il grande problema è la solitudine, oltre allo sfruttamento. Offriamo loro una scuola d’italiano: è importante per permettere loro di entrare in contatto con le persone con cui lavorano, che incontrano ogni giorno. Il compito di Presidio, voluto da Caritas italiana, è quello di conoscere, far conoscere, esserci, avere cura». A conclusione dell’incontro, il vicario generale della diocesi ha voluto salutare e ringraziare, a nome di tutti, don Gianni Treglia, che per alcuni anni è stato membro della comunità missionaria intercongregazionale che si trova a Modica. Ha lavorato coi migranti, ma ha anche collaborato con sacerdoti, parrocchie e comunità, la Casa don Puglisi. Adesso è stato chiamato all’incarico di superiore dei Missionari della Consolata per la regione dell’Europa.