LA NOSTRA STORIA

PASSI CHE HANNO APERTO ORIZZONTI, PER NOI E PER MOLTI

Ciò che è maturato in questi anni attraverso la Casa può essere offerto come messaggio per una vita ricca di senso e attenta ai più deboli nelle famiglie, nella Chiesa e nella Città e per la crescita delle nuove generazioni

1. Agli inizi (ottobre 1990) non c’è stato il progetto di un servizio sociale, ma un appello di Dio che ci visita nei poveri ed una risposta avvertita come ‘necessaria’. Una risposta che si è data superando resistenze (fortemente sostenuti dal vescovo di allora Mons. Salvatore Nicolosi), attivando una corale solidarietà, ripensando continuamente l’esperienza senza poter contare su un modello precostituito. Così man mano si è consolidata la strutturazione della Casa, ma soprattutto si è approfondito il suo senso, il suo essere in questo territorio un segno piccolo e umile, ma convinto, del Vangelo. In quest’orizzonte abbiamo sempre colto, come primo significato della Casa, quello della vita pensata come vocazione. Tema caro a don Pino Puglisi, a cui la Casa è intitolata dal 1997, ovvero da quando siamo passati dalla prima sede al Castello alla sede di via Carlo Papa 14 (messa a disposizione dal Seminario vescovile). Concretamente nella Casa ci si apre a mamme, ai loro bambini e a donne sole, segnati da grande sofferenza, accogliendoli come familiari, ben oltre i vincoli giuridici.

2. Fin dall’inizio la vita della Casa è una vita di famiglia, anzitutto come prassi (simili a quelle di qualsiasi famiglia: pasti, scuola, lavoro, pulizie) e come regole (con al centro il rispetto della persona). È la vita di una famiglia che, pur nella povertà, si assume la responsabilità di cercare di fare il massimo per i suoi membri più deboli. Questo ha sempre comportato un rapporto con Dio in termini di Provvidenza, seppur si è sempre avvertita la responsabilità di fare quanto è nelle nostre possibilità. Per coprire le spese di vitto e alloggio e per poter avere, insieme ai volontari, operatori ed educatori in numero sufficiente tali da poter gestire le situazioni complesse che accogliamo (lavoro svolto con dedizione massima e grande generosità) si riceve dai Comuni di provenienza delle persone accolte una retta minima propria di un servizio innovativo. Da sola questa retta non basterebbe: si può far fronte alle spese perché si può contare anche sulle offerte di tanti, sul contributo della diocesi dall’8/1000 della Chiesa cattolica per le opere caritative, sui proventi del laboratorio dolciario, della focacceria e del turismo responsabile

3. C’è stato soprattutto il problema di capire, non solo come provvedere alle spese, ma soprattutto quale modello educativo seguire: si è iniziato con una tensione difficile tra regole e condivisione (1990-1994), si è proseguito insistendo sull’idea di Casa e di reinserimento (1994-2004), si è chiarita a un certo punto la centralità della relazione (2010), fatta di accoglienza senza riserve, di una ‘parola’ non valutativa e di un ‘corpo’ che dà sicurezza, ma anche di attenzione e di cura, di arte e di riti, di fiabe e di festa. Oggi il racconto caratterizza ogni giovedì il riunirsi di tutta la Casa…

4. Nella Casa occorre fare i conti con i tempi lunghi della crescita, l’insuccesso, il dolore di chi viene abbandonato o manipolato. Sostiene e dà la ‘misura’ la relazione con Dio, attraverso una vita spirituale “essenziale” e una proposta evangelica offerta anche alle persone accolte, sempre con grande libertà. Ogni sera nella Casa si recitano i vespri e ogni domenica si partecipa all’eucaristia. Si partecipa a incontri formativi della diocesi, si vive una particolare comunione con i luoghi contemplativi (Benedettine di Modica, Carmelitane di Noto, Clarisse di Paganica) e si coltiva attenzione alla Bibbia per una fede più adulta.

5. Spiritualità per non perdere la “misura pigiata” della misericordia e legame con la vita: sono le polarità che danno verità all’esperienza. Da esse si generano la preoccupazione per la crescita di ognuno e per un reinserimento dignitoso soprattutto attraverso il lavoro (laboratorio dolciario, focacceria, turismo responsabile). Con attenzioni particolari: nel laboratorio dolciario si usano i prodotti del commercio equo e solidale, nello showroom si vendono i prodotti di “Libera” (il coordinamento contro la mafia fondato da don Luigi Ciotti), tutti coloro che lavorano sono regolarmente retribuiti, a nessuno viene chiesto “niente” in cambio, si pensa e si vuole sempre conservare la dimensione umana del lavoro.

6. Contemporaneamente si è sviluppato un patrimonio socio-politico. Anzitutto si sono dovuti affrontare problemi e difficoltà, come la tendenza a ‘scaricare’ le persone e a ridurre tutto a meccanica assistenza o la mancanza di un disegno complessivo di politiche sociali. Abbiamo allora spinto al lavoro di rete, abbiamo avviato così rapporti significativi, soprattutto quando ci sono state persone disponibili, con i vari servizi e con il Tribunale per i minori; abbiamo contributo alla stesura del Piano di zona sollecitando accompagnamento e presenza nel territorio nella logica di un welfare generativo.

7. Dalla Casa si sono generati un’esperienza di animazione di strada (Crisci ranni) e processi comunitari con la partecipazione di tutte le scuole (il presepe della città). Il messaggio diventa più generale: l’invito fondamentale è costruire una Città che, “mettendosi ai piedi della crescita dei bambini”, riscopra nella fraternitas la chiave di volta per vivere tutti con più verità, bontà, bellezza. Come evoca l’antico rito pasquale di nuovo celebrato ogni sabato dopo la Pasqua: con i genitori che, al suono delle campane che annunziano resurrezione, lanciano in alto i bambini augurando loro Crisci ranni!

 

LA CASA MEMORIA VIVA DI DON PINO PUGLISI

La Casa non è casualmente intitolata a don Pino Puglisi. Quando, nel 1997, ci siamo trasferiti nei nuovi locali di via Carlo Papa, erano passati pochi anni da quando era stato ucciso dalla mafia (15 settembre 1993). Come emerge dagli atti processuali, questa morte violenta era stata provocata soprattutto dalla sfida che si era aperta nel quartiere Brancaccio di Palermo tra don Pino e la mafia perché voleva sottrarre al suo dominio i bambini e i giovani, facendoli crescere come uomini a “testa alta”! Questo coraggio abbiamo pensato di voler tenere vivo intestando a Lui la Casa. E sempre, ogni giorno, vorremmo coltivarlo scendendo negli inferi della vita che, se a Palermo si possono chiamare Brancaccio, per noi diventano le zone oscure dell’esistenza ove la mancanza di affetto e di relazioni significative generano ferite profonde, difficili da risanare. Da don Puglisi apprendiamo anche e soprattutto la sorgente dell’impegno a stare accanto con fedeltà: un cristianesimo centrato sulle cose essenziali della fede, sintetizzate nel simpatico ed emblematico soprannome con cui veniva chiamato: don 3P, iniziali di Parola, Pane, Poveri. E, nella direzione di una radicale alternativa ai valori dominanti in una società “che compra e che disprezza”, di don Puglisi ricordiamo pure la scelta cioè di una collocazione precisa nella storia, tra i piccoli, gli ultimi, quelli che non contano, sulle orme di Gesù povero. Da qui la convinta e radicale libertà da ogni compromesso con i poteri dominanti. E infine vogliamo sempre tenere viva la sua scelta della nonviolenza, della forza della mitezza evangelica, sigillata nel suo morire perdonando il suo uccisore, che lo ricorda ancora per il suo sorriso.